Particolarmente interessato ai problemi geometrici e alla scoperta di
nuove dimensioni ulteriori a quelle dell’altezza,
larghezza e profondità, Estuardo Maldonado
aveva trovato una nuovo territorio di ricerca, ed anche nuovi concetti da
approfondire.
Il termine “Iperspazio” fu da lui definito come un’estensione del
Dimensionalismo; una sorta di Iperuranio, uno spazio,
quindi, dove le tre dimensioni convivevano con altre infinite, creato da “ un
movimento virtuale di forme generato attraverso la variazione della
dislocazione spaziale dell’osservatore rispetto all’opera.” [1]
In questo iperspazio le forme interne cambiavano continuamente, si
trasformavano, definendo nuove profondità, angolazioni
e colori.
Non si poteva più parlare di un “ambiente” unico e puramente geometrico,
ma una ”trasposizione della natura in una forma reale, sintetizzando il
continuo spettacolo della vita nella più essenziale architettura dei volumi.“ [2]
Da sempre, infatti, fu grande il suo desiderio di assimilare e
riflettere la natura nelle sue opere, lavori che potessero avere la “linfa
vitale” e l’energia riscontrata nel mondo naturale, armonia e ritmo legati tra loro.
Lo sviluppo consequenziale di questo spazio”ulteriore” fu la formazione
di una nuova definizione geometrica: l’ipercubo.
L’ipercubo era costituito da vari cubi che si
ripetevano in forme, inclinazioni, volumi, piani e linee generando cinque
movimenti alla volta. Le dimensioni così ottenute erano ampiamente superiori a
due; secondo l’artista queste non erano altro che “dimensioni possibili della
realtà”.[3]
Formato da diverse maglie metalliche colorate e da piani in sequenza, l’ipercubo delimitava i differenti iperspazi, sviluppando un
forte senso dinamico e riflettendo le varie realtà del fluire del tempo.
Si andavano così a creare “ uno spazio mentale, una dimensione corporea ed uno spazio esterno”[4], i cambiamenti della fonte luminosa e della percezione
umana.
Solitamente gli ipercubi possedevano nomi di
fisici e scienziati, così da evidenziare maggiormente il legame con la
matematica, le possibilità “multi-dimensionali” e quindi le diverse “facce dell’infinito”[5].
Nel 1994 Maldonado presentò una mostra
antologica a Santo Domingo, esponendo insieme ai suoi disegni anche le sue
ultime creazioni:
gli ipercubi (tavv.
121-124).
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Tav.
121. Estuardo Maldonado
Hipercubo
Hawking, 1993
|
“Nuvole” delicate, trasparenti, staticità, simmetria ed equilibrio, “Maldonado forma, trasforma e dà nuove dimensioni ai volumi
spaziali, a questi unisce il colore, elemento vitale del suo creare artistico.“
[6]
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Tav.
122. Estuardo Maldonado
Hipercubo
Galileo, 1994
|
Per la critica d’arte Francesca Pietracci gli ipercubi erano simili a degli organismi viventi:”cambiavano la concezione stessa della natura.. superavano le linee convenzionali di demarcazione tra esterno ed interno.. si avvicinavano al concetto di realtà virtuale.”[7]
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Tav.
123. Estuardo Maldonado
Hipercubo
Einstein, 1994
|
Il suo percorso artistico e di ricerca continuava parallelamente, i suoi studi sulla geometria e sulle dimensioni lo occupavano sempre più, la teoria sulla relatività di Einstein (spazio + tempo) e l’iperspazio studiato e definito dal matematico Henry Poincaré [8] lo affascinavano e lo invogliavano ad approfondire questi argomenti sviluppandoli come risultato nelle proprie opere.
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Tav.
124. Estuardo Maldonado
Hipercubo
Leonardo, 1994
|
Precedentemente nel 1991, Estuardo Maldonado fu invitato a Nagoya, in Giappone, a partecipare alla mostra Maestri dell’America Latina: la sua fama stava diffondendosi sempre maggiormente.
Nel 1996 realizzò una nuova esposizione antologica, El Espíritu de las Formas 1954 – 1996 che comprendeva molti dei suoi
lavori ed innovazioni principali, mostra itinerante,
prima a Quito poi a Guayaquil.
Una retrospettiva molto importante, con 150 opere presenti, da quelle più
antiche (figurative) a quelle contemporanee dove il lirismo e la tecnica
combaciavano.
Tra i lavori anche molte sculture, quasi tutte del periodo Volumen y Espacio,
dal 1965 al 1990 circa, che aveva iniziato ad eseguire basandosi sulle forme
geometriche, le diverse simmetrie ed il calcolo ragionato.
Tra le opere: tre sculture sottili, formate da un’unica lastra metallica
(tavv. 125-127).
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Tav.
125. Estuardo Maldonado
Serie El
Volumen y El Espacio, 1965-1990
|
La prima, di colore blu elettrico, formata non da una linea precisa e principale, ma da linee spezzate.
Verticalmente la figura si ergeva ben installata sul terreno,
sviluppando punte aguzze, ma solide.
Sebbene priva di simmetria nelle parti, evocava
un senso ornamentale, gioiosamente ludico ed armonico.
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Tav.
126. Estuardo Maldonado
Serie El
Volumen y El Espacio, 1965-1990
|
La seconda, anch’essa blu, era costituita da più forme geometriche: due triangoli ed un rettangolo. La sottile lastra metallica aveva un aspetto atipico, figura “aperta”, ma irregolarmente sviluppata: sembrava quasi incompleta nella propria indefinibilità.
Poggiava in bilico su un piedistallo più compatto e resistente.
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Tav.
127. Estuardo Maldonado
Serie El
Volumen y El Espacio, 1965-1990
|
La terza era di colore grigio, definita da stretti triangoli aguzzi, la parte centrale conteneva un triangolo rosso, così da sottolineare la parte interna con “tagli” verticali, anch’essi triangolari, e la verticalità dell’opera.
La figura poggiava delicatamente su una punta, a sua volta su un
basamento cubico; il senso dinamico era evidente, seppur non esasperato.
Altri tre lavori geometrici in cui la lastra metallica era più spessa e
presentava “sviluppi” interni (tavv.
128-130).
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Tav.
128. Estuardo Maldonado
Serie El
Volumen y El Espacio, 1965-1990
|
La prima e la seconda scultura erano simili per il colore grigio metallico e parte interna in evidenza che conferiva più profondità all’opera.
La prima aveva un’apertura centrale interna raffigurante una superficie
dalle punte aguzze, erano così posti in risalto gli spigoli triangolari ed il vuoto come uno
“ spessore pieno”.
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Tav.
129. Estuardo Maldonado
Serie El
Volumen y El Espacio, 1960-1990
|
La seconda, anch’essa con apertura centrale, aveva alla base due triangoli: uno rosso e uno giallo che sottolineavano le parti aguzze del vuoto centrale ed il senso di freddezza.
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Tav.
130. Estuardo Maldonado
Serie El
Volumen y El Espacio, 1965-1990
|
La terza opera era differente: un quadrato formato da una lastra di colore blu elettrico, sulla superficie diversi quadrati a formare una texture di accenno geometrico.
Quattro aperture cubiche di diverse dimensioni rompevano la compattezza
della figura; lo spessore interno era definito anche dalla presenza del vetro,
che conferiva all’opera un senso di luminosità e trasparenza.
Due lavori erano formati da diverse forme geometriche, disposte in maniera sempre simmetrica ed armoniosa (tavv. 131-132).
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Tav.
131. Estuardo Maldonado
Serie El
Volumen y El Espacio, 1965-1990
|
La prima scultura era formata alla base da un grande quadrato grigio al cui interno spiccava una sfera rossa, al di sopra una sfera blu “chiusa” in un quadrato “aperto”.
Due figure geometriche che si ripetevano come in un gioco di specchi,
senza mai sovrapporsi né ostacolarsi.
Il volume e lo spazio come elementi fissi, ad
indicare aperture e chiusure: dilatazione dei volumi e sensibilità nelle forme.
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Tav.
132. Estuardo Maldonado
Serie El
Volumen y El Espacio, 1965-1990
|
La seconda opera si sviluppava in senso verticale, formata da cubi, dalle sfumature delicate e dalle diverse dimensioni, che si equilibravano a vicenda uno sull’altro.
Il cubo centrale era quello più grande, sul quale poggiavano cubi
minori, esaltando il senso di equilibrio e freddezza.
Su ogni cubo era stato effettuato un taglio
diagonale; questo conferiva ritmo e spazialità.
Infine un’opera a sé stante (tav. 133): la scultura era formata da una
sottile lastra metallica dai colori marrone, nero e blu; solcata da una linea
continua rossa così da sottolineare, sulla superficie,
la presenza di diversi triangoli.
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Tav.
133. Estuardo Maldonado
Serie El
Volumen y El Espacio, 1965-1990
|
Le forme triangolari erano di colori diversi, quindi, e di grandezze differenti.
L’insieme era disomogeneo, ma elegantemente asimmetrico.
Si trattava di sculture diverse,ma accomunate
dalla geometria e da una sensibilità, certamente calcolata e sinceramente espressa.
A Quito la mostra aveva luogo in un solo museo, a Guayaquil i musei scelti erano quattro: a seconda dei diversi periodi.
Il suo antico mecenate Benjamín Carrión fu molto entusiasta del cammino sempre in
evoluzione del suo “pupillo”, del suo lavoro che: ”giunge dentro alla scultura, però illuminato con le trasparenze che sa offrire
la cultura, il confronto con i valori dell’arte in latitudini dove lo spirito e
la carne fusi ci mostrano la migliore verità, l’unica: l’uomo contemporaneo.”[9]
In quell’anno partecipò anche alla V Biennale a Cuenca, esponendo le sue sculture: opere di vecchia data con quelle bidimensionali, dove tensioni interiori, contrasti visuali e forme si incatenavano in un senso dinamico ed ottico.
Dai primi anni Novanta si era un po’ allontanato dall’Italia; aveva
studiato a Roma, soddisfatto il suo desiderio di conoscere l’arte classica,
lavorato in un clima europeo aperto ai nuovi stimoli, ma il suo attaccamento
alle radici era sempre rimasto molto profondo; così la voglia di tornare nel
suo Paese, dal quale era stato lontano per molto
tempo.
In Ecuador aveva ritrovato la sua gente, la sua terra, gli stimoli e l’energia
per andare avanti e proseguire i suoi lavori, con curiosità, caparbietà e tanto
impegno.
Tra il 1997 e il 1998 continuò ad esporre in
Sud America: a Quito, Honduras e
presso l’Ambasciata dell’Ecuador in Perù. Si sentiva vicino a questi
popoli, li legava una storia pressoché comune, una voglia di riscatto e un
desiderio di autonomia, economica, sociale ed
artistica.
Nelle sue mostre, l’artista si accorse che gli ipercubi
erano fonte di grande interesse da parte del pubblico, erano dei
“vuoti” con “superfici metalliche che fluttuano, si incrociano, si
espandono e crescono“[10], avevano variazioni infinite; ognuno aveva le proprie
caratteristiche differenti da quello precedente e posteriore, “tutto era pieno
di energia, dinamismo e spirito” [11]; l’opera appariva come un insieme di “sensibile ed emozionata
bellezza.”[12]
Nel 1999 espose in Europa, a Praga; la storica
d’arte Francesca Pietracci riconobbe nelle opere la
vicinanza con la natura, una “struttura in condizione di connettersi con le
altre e quindi una - metastruttura – una
struttura di strutture.“ [13]
Tra il 2000 e il 2001 realizzò diverse esposizioni a Quito, a Santiago
del Cile ed infine in Australia, a Perth.
La Scuola di Architettura e di Belle Arti della Western Australia University invitò due esponenti
dell’arte ecuadoriana: Gilberto Almeida Egas ed Estuardo Maldonado ad introdurre i propri studenti all’arte
precolombiana e a quella contemporanea del Sud America, sviluppando letture,
dibattiti ed argomentazioni sul Dimensionalismo.
Per l’artista fu un’occasione interessante per esporre le proprie opere
nel nuovo continente: “maestro” nel proprio paese, di
antiche tradizioni e sperimentatore di nuove modalità di espressione.
Nel 2002 espose a Riobamba (cittadina a sud
della capitale),
a Quito e in Spagna, ad Almudìn, vicino
a Valencia.
A Riobamba realizzò l’esposizione La Pintura –
Objeto, una mostra nuova, non più cubi metallici
dalle infinite dimensioni, ma una scelta diversa, opere astratte, a olio e
acrilico, dove la linea tornava ad essere
protagonista.
A Quito si svolse un’antologica che comprendeva circa
300 opere: dai suoi primi quadri fino agli ipercubi, Antologia 1945 – 2002: all’artista
fu concesso di esporre nelle sale della Pontificia Universidad
Católica de Ecuador, un avvenimento di grande
rilievo.
A detta di tutti era stato di capace di riflettere l’arte in maniera
mistica, passando attraverso l’arte precolombiana e facendo affiorare elementi
provenienti dall’antichità andina anche nelle ultime opere più tecnologiche:
nella concezione di iperspazio si poteva intravedere l’unione
del moderno e dell’antico, “linguaggio universale ed arte locale”[14], per il critico Marco Antonio Rodríguez la sua espressione
era riflesso del presente e del passato,“... similitudine del quadrato del
piatto di Valdivia...cinquemila anni di storia si
fondono in un abbraccio inesprimibile...”[15]
Ogni volta, ogni sua mostra era sempre diversa.
“... la fa diventare ancora più contemporanea, gioca con gli spazi, con
le luci, con le ombre... qualcosa sempre di nuovo, nello spazio vuoto, nella
geometria, nella perfezione delle linee, o nel gioco dell’occhio che vede
quello che vuole vedere... ipercubi o ipersfere, mobiles che invitano lo spazio a colmarsi.”[16]
In quell’anno andò in Spagna per una mostra nei pressi di Valencia.
Il luogo espositivo era il Museo di “El Almudín” (tav. 134), un edificio che era anticamente
destinato alla distribuzione del grano, costruito all’interno di una cittadella
islamica nei primi decenni della riconquista cristiana (XVI secolo).
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Tav.
134. Museo El Almudín -
Esposizione Estuardo Maldonado Ottobre-dicembre, 2002
|
Essendo un ambiente abbastanza vasto, quasi un cortile aperto con arcate di forma basilicale, l’atmosfera era sobria, mistica; di forte impatto, quindi, la presenza di strutture modulari, forme geometriche ed ipercubi, che sembravano “rompere” un equilibrio pressoché perfetto di spazi, silenzi ed ombre.
Il contrasto era suggestivo; l’edificio era
pieno di luce e questa si rifletteva sulle opere creando dei giochi ottici, “un
profondo legame tra la realtà dell’immagine mediante la luce”[17], capacità di Estuardo Maldonado nel “modulare gli spazi in strutture di tali
forme che la superficie acquista concezioni tridimensionali.“[18]
Era stato Giulio Carlo Argan nel 1972 ad affermare: ”In tutta la scultura di EstuardoMaldonado
ci sono almeno due materie: quella della scultura e la luce. Queste due materie
si qualificano reciprocamente come forma... ”[19]
Tra il 2003 e il 2004 espose all’Università di Alcalà a Madrid, a Valencia, a Quito, a Riobamba, in Perù e a Washington.
Infinite erano le sue geometrie, gli sviluppi dei piani e dei suoi ipercubi: la tecnica, minuziosa e precisa, sottolineava la molteplicità delle linee, “l’edificazione
delle architetture interne”[20].
Evidente era il legame tra spazio e tempo; su questo l’artista dichiarò:” Le misure temporali sono espresse nelle mie opere; in
queste le immagini riflesse e moltiplicate tra il volume e lo spazio producono
un movimento continuo e dei cambiamenti di forme.”[21]
Secondo questa sua logica dell’Iperspazio e Dimensionalismo “Estuardo Maldonado... manifesta la
sua sensibilità mediante la geometria captando nella sua opera una concezione
nuova all’interno del mondo dell’arte contemporanea, stabilendo una relazione
spazio – volume – ritmo – luce” [22]
Nel 2005 espose a Chicago e nei pressi di Valencia, nel Real Monasterio de Santa Maria de
la Valldigna.
In entrambi i luoghi le opere erano quelle più
attuali, di carattere geometrico, iperspaziale: in
America i suoi lavori furono accolti in una galleria; in Spagna in un monastero
del XII secolo, dove l’effetto con l’arte tecnologica e all’avanguardia non era
stridente, ma quasi complementare.
Le esposizioni
più recenti: nel 2006 a Washington e a Guayaquil.
Così la giornalista Milagros Aguirre descrisse il lavoro dell’artista: ”L’opera di Estuardo Maldonado
è fatta di una sostanza speciale che va al di là della diversità dei materiali
che impiega nel suo lavoro. E’ una cosa speciale...una
certa capacità di inventare, ogni volta, qualcosa di nuovo... Questo uomo ha un
dono speciale, una virtù che va al di là delle sue abili mani, al di là dell’alchimia
che fa parte dei suoi lavori in acero inossidabile o dei suoi esperimenti
geometrici. L’opera di Estuardo Maldonado
è sempre una ricerca e, per lo spettatore, sempre un incontro, un gioco, una
scoperta poiché, sebbene si abbia già visto un suo
lavoro, non si termina mai di vederlo, di osservarlo, di ammirarlo, di riuscire
ad avere teorie diverse per capire il contesto della sua opera... ”[23]
A Guayaquil, città dove da adolescente si trasferì per studiare, nell’agosto
realizzò la mostra DimenSiones:
dimensioni (molteplici) come quelle che ricercava e sta tuttora cercando,
(Dimensionalismo, Iperspazio), geometrie “irreali” dotate di potere emotivo, ma
anche S maiuscola come suo segno distintivo, sua “firma” nel periodo del Precolombinismo, “reliquia”
di un passato (ma non “trapassato”) senz’altro ingombrante ma imprescindibile,
segno di vita e morte, ripreso come volontà di proseguire, impavido,
instancabile, verso nuovi territori da scoprire (senza mai dimenticare le
origini), verso conoscenze sempre maggiori, verso un futuro che è un eterno
presente...
La prossima meta? Realizzare nella sua grande casa
affacciata sui tetti di Quito un Museo: “Seimila anni di scultura ecuadoriana”,
così da poter legare l’amore verso l’arte/scultura (classica e contemporanea) a
quello per la propria terra, perché: “A me interessano la forma e il movimento
che si perdono nel tempo e nello spazio.”[24]
“Maldonado continua ad
avanzare, senza sosta. La sua creazione percorre più di cinquant’anni, e come tutte le opere di
grande importanza attraversa molteplici
trasformazioni, senza mai ripetersi, poiché l’ opera di questo ecuadoriano universale è nata per
infrangere il tempo e lo spazio e così sopravviverà
nella storia.”
Marco
Antonio Rodríguez
NOTE
[2]
Luis Bossano R., El recorrido
de un arte trascendente: del espíritu a la
materia, Quito, 1996, p.36.
[3]
Estuardo Maldonado,
Estuardo Maldonado. Antología 1945
– 2002, Quito, Pontificia Universidad Católica
de Ecuador,
2002, p. 5.
[4]
Francesca Pietracci, cat. mostra “Istituto
italiano
di cultura”, Praga, 1999.
[5]
Lenin Oña, Visión Integral de Estuardo
Maldonado in Estuardo Maldonado.
Antología 1945 – 2002, Quito,
Pontificia Universidad Católica
de Ecuador, 2002, p. 13.
[6]
Monica Espinel, cat. mostra Exposición Antologica Dibujos 1948 – 1994, Ambasciata
ecuadoriana, Casa de Bastidas, Santo
Domingo, 1994.
[7]
Francesca Pietracci, Estuardo Maldonado: Arte, Dimensionlismo
e Hiperspacio-
Documento Final, Quito, 2006.
[8]
Articolo di Gino Severini,
La peinture d’avant-garde, 1917 pubblicato in Le
Mercure de France, 1917 poi Maria
Drudi Gambillo, Teresa Fiori, Archivi del Futurismo, vol. I, Roma, De
Luca Editore, 1958, p. 220.
[11]
Ibid.
[12]
Luis González Robles,
Documento Final
– Serie del Volumen y Espacio
(1980 – 2000).
[13]
Francesca Pietracci, cat. mostra “Istituto
italiano
di cultura “, Praga, 1999.
[14]
Trinidad Pérez, Documento
Final – Serie Del Volumen
y Espacio (1980 – 2000).
[15]
Marco Antonio Rodríguez, Espíritu de las Formas,
Quito, 1998.
[17]
Luis Bossano R., El recorrido
de un arte trascendente: del espíritu a la
materia, Quito, 1996, p. 34.
[18]
José Garnería, cat. mostra “El
Almudín”, Valencia, 2002, p. 16.
[19]
Giulio Carlo Argan, cat. mostra L’Aia, 1972.
[20]
Marianne de Tolentino, cat. mostra “Museo Filanbanco”,
Quito,
1998.
[21]
Estuardo Maldonado,
cat.
mostra “El Almudín”,
Valencia,
2002, p. 9.
[22]
Vicente Alcarez,
cat.
mostra “El Almudín”,
Valencia,
2002 , p. 14.
[23]
Milagros Aguirre,
Mundo Diners, Quito,
2006.
[24]
Estuardo Maldonado
in José Garnería, cat. mostra “El Almudín”, Valencia,
2002, p.17.
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